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Il gruppo A.C.P.A. (Ascolto, Condivisione, Promozione,
Anziani) nasce al principio degli anni 80 dall'iniziativa di d.
Ilario Tomei, cappellano della Casa d. Alberto Gori, e di alcuni
giovani e adulti delle parrocchie di Marlia, Lammari e Capannori
con l'intento di "movimentare" e di "animare"
(come allora si diceva) la vita interna della Casa, offrendo agli
ospiti della struttura, a complemento dei servizi socio-assistenziali
prestati dall'ente gestore, momenti ricreativi e occasioni comunitarie
di intrattenimento e di svago o, più semplicemente, opportunità
di scambio e di relazione con la realtà esterna. Da subito
però, e attraverso il confronto con gli anziani di Casa
Gori, ci siamo resi conto che non tanto di questo c'era bisogno,
allora come adesso, nella struttura; il nome che ci demmo all'epoca
esprimeva pertanto questa acquisita consapevolezza e delineava
inoltre il nostro modo di essere e di intendere l'opera del volontario
in una comunità protetta, ma pure un modo di leggere la
realtà di Casa Gori scaturito dal rapporto diretto con
gli ospiti stessi. In breve non si trattava solo di promuovere
occasioni di svago rivolte agli anziani, ma, ancor prima e piuttosto,
di ascoltare e di interpretare i loro bisogni, nell'unico modo
in cui ciò sarebbe potuto avvenire e cioè condividendo
con loro momenti e ambienti di vita. Solo così, ci pareva,
avremmo conquistato la loro fiducia, avremmo imparato a pensare
e finanche a sentire come loro, in modo da essere poi capaci di
cogliere anche quelle necessità che essi magari non riuscivano
a esprimere con parole. Solo dopo o comunque contestualmente a
questa attività di ascolto e di condivisione, poteva venire
l'opera di promozione, cioè l'agire concretamente per soddisfare
le esigenze emerse, per migliorare le relazioni interpersonali
tra gli ospiti e con il mondo esterno alla Casa. Era dunque sorto
un metodo e uno stile d'azione, che ci avrebbe caratterizzato
come gruppo, e che abbiamo conservato e cercato di perfezionare
nel corso degli anni, anche facendoci portavoce, all'occorrenza,
delle richieste degli ospiti o lamentando le carenze di funzionamento
della struttura in sede pubblica e presso chi aveva responsabilità
di governo.
Lo stile dell'ascolto è servito moltissimo anche a ciascuno
di noi, per maturare un rapporto personale di conoscenza e di
mutua amicizia con diversi anziani di Casa Gori, con cui abbiamo
incrociato i nostri percorsi di vita. Il progetto "Vissuti",
cui abbiamo aderito, quando c'è stato proposto dalla Direzione
e dal Gruppo di Animazione, ci ha trovati in qualche modo già
ammaestrati dall'esperienza precedente, e preparati a svolgere
il compito che ci veniva affidato e cioè quello di raccogliere
le testimonianze di vita di alcuni ospiti di Casa Gori, per tentare,
insieme con le Scuole Elementari coinvolte nel progetto e attraverso
il recupero di una memoria passata e delle vicende di quanti sono
stati protagonisti, di porre le premesse per scrivere una storia
condivisa tra le generazioni. Nell'organizzare il nostro lavoro
abbiamo così pensato di darci preliminarmente una griglia
di argomenti, su cui fare vertere le domande durante le interviste
con gli ospiti: li avremmo interrogati e stimolati a parlare delle
abitudini di quando erano giovani, dei giochi che facevano da
bambini, di come si divertivano coi loro coetanei infine delle
condizioni in cui si era svolto il loro lavoro. Abbiamo anche
avvertito la preoccupazione che ci potessero essere delle difficoltà
a raccontarsi di fronte ad un registratore e che quindi, nel rispetto
del vissuto personale di ognuno, dovessimo stare attenti nel porre
le domande, in modo da non venir mai meno al riguardo che si deve
sempre all'interlocutore che ci sta di fronte, chiunque egli sia.
Ancora una volta, tuttavia, come quando vent'anni orsono pensavamo
che a Casa Gori ci fosse solo necessità di promuovere momenti
di intrattenimento rivolti agli ospiti, e di persone disponibili
ad organizzarli, l'ascolto diretto di questi anziani ci ha sorpreso
ed ha ribaltato nostre precedenti ed errate precomprensioni. Non
solo non c'era da parte loro ritrosia alcuna o pudore a parlare
di sé, ma al contrario vi era un prorompente bisogno e
una straordinaria voglia di raccontarsi, come se (ed è
questo un motivo su cui riflettere per il lavoro futuro all'interno
della Casa) essi, da tempo, non aspettassero altro che qualcuno
venisse a chiedere di loro, delle loro vite, perché queste
tornassero ad essere significative e ad avere un rilievo non solo
per loro; come se, attraverso la comunicazione del proprio vissuto,
intendessero fare in modo che questo non scompaia definitivamente
con la loro morte, ma sopravviva a loro nella memoria altrui.
Un'altra cosa che abbiamo scoperto è che i temi che avevamo
scelto per le interviste rischiavano di ingabbiare la voglia di
raccontarsi degli ospiti e di pregiudicare l'efficacia del lavoro
che stavamo compiendo. In sostanza gli anziani volevano parlarci
di sé, ma a loro modo, senza filtri preventivi, per dirci
la loro storia così come loro potevano giudicarla e interpretarla,
guardandone retrospettivamente gli avvenimenti più significativi
o emotivamente più coinvolgenti. Ce ne siamo resi conto
in particolare quando, ascoltando da una donna ormai novantenne
il resoconto sereno della propria esistenza travagliata e ricca
di ben poche soddisfazioni, questa ci ha più volte ripetuto:
"Il Signore mi ha sempre aiutata". E' come se con questa
frase ella avesse voluto trovare un senso e iscrivere in un ordine
finalmente pacificato gli eventi anche più luttuosi della
sua vita. Questo atteggiamento lo abbiamo riscontrato anche in
altri intervistati: mentre si raccontavano ci offrivano anche
una prospettiva, una visuale con cui guardare la loro storia,
assumendo noi, per così dire, il loro stesso sguardo; al
fondo di ciò sta una profonda verità esistenziale,
che può tornare utile in special modo ai ragazzi delle
Elementari il cui passato è ancora di breve durata: la
vita di ognuno, come anche la storia collettiva, è certamente
costituita in senso oggettivo da una successione di avvenimenti
correlati tra loro, ma questi non sono ancora storia. Perché
lo diventino, perché divengano cioè passato e memoria
occorre una presa di coscienza, che cioè ce ne riappropriamo
soggettivamente, li sentiamo come nostri, come parte di noi, sebbene
trascorsi; occorre in definitiva che riusciamo a trovarvi un senso,
quel senso appunto che solo noi gli possiamo dare. E' questa un'esigenza
che si avverte particolarmente con l'età avanzata, quando
per un moto spontaneo si è indotti a voler fare ordine
nella propria vita e perciò si è portati a guardare
indietro per vedere cosa si è fatto e cosa ci è
accaduto: esperienza talvolta amara, ma ineludibile per ogni uomo.
Il pretesto di pubblicare questo lavoro è divenuto indirettamente
così l'occasione, per le persone intervistate, di fare
memoria degli accadimenti più significativi della propria
vita, anche dei più dolorosi (come la morte di un figlio
o le sofferenze e le percosse subite da parte del proprio marito)
e di percepirli come proprio passato con cui eventualmente riconciliarsi
o di cui magari solamente riuscire a parlare con altri, come di
qualcosa che sta ormai sullo sfondo, anche se ha condizionato
e in parte ancora condiziona l'esistenza attuale.
E' questa una riflessione che abbiamo colto nelle parole di molti;
ci è capitato spesso di ascoltare, in questo senso, frasi
come: "Se tutto ciò (e il riferimento era a qualcosa
di spiacevole) non fosse accaduto io non sarei qui"; ma nel
mentre ci dicevano questo o altre espressioni consimili, non potevano
non colpirci il tono e il modo misurato e sereno con cui ci parlavano:
segno non di una rassegnazione, ma di una coscienza finalmente
riconciliata col proprio vissuto, anche difficile, e di una saggezza
pratica, temprata dai casi della vita, che costituisce un monito
formidabile per i giovani del nostro tempo, spesso così
fragili e impreparati ad affrontare le avversità dell'esistenza
e perciò tentati talora di porvi rimedio attraverso soluzioni
estreme. Traspare una grande forza interiore dalle voci spesso
flebili di questi anziani, che trae origine da esistenze tutt'altro
che facili, molto lontane da una generica e melliflua rappresentazione
della figura del nonno che ci viene da certe trasmissioni televisive.
E' stata la loro una vita dura, segnata dalla fatica e da un lavoro
tenace e indefesso, che conosceva poche soste nel corso della
giornata e dell'anno, perché nulla era regalato, ma tutto,
anche il pane da mettere in tavola, quotidianamente doveva essere
guadagnato col proprio sudore; una vita segnata però anche
da un codice di valori fermi e riconosciuti. Che lasciavano poco
spazio al relativismo e individuava precise priorità: niente
in particolare di ciò che si possedeva doveva andare sprecato
e molto o poco di ciò che si aveva non mancava di essere
condiviso con quanti ne erano sprovvisti. Un'ultima riflessione
s'impone: queste persone con le loro storie di contadini e d operai,
ma anche di donne di casa e di domestiche, abituate al duro lavoro,
ci parlano di un mondo e di un sistema di relazioni di rapporti
produttivi che nel nostro Paese, da svariati decenni, non esistono
più, almeno nelle forme in cui essi li hanno conosciuti,
ma che altrove, in Africa, in America Latina, in Asia e in molte
parti anche della vecchia Europa continuano a sussistere e sono,
per molti uomini e donne del nostro tempo, dura esperienza di
vita di ogni giorno.
Ascoltare allora da questi nostri anziani racconto delle proprie
vite serve non solo a riappropriarci di un passato comune, ma
ci fornisce anche occhi capaci di vedere le molte situazioni di
povertà e di sofferenza, ancora presenti nel nostro tempo,
con lo sguardo di quanto le vivono sulla propria pelle in prima
persona ogni giorno.
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casagori@comune.capannori.lu.it
Riferimenti- CRISTINA ACPA- STEFANO ACPA-
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